Il cinema è un po’ come la vita?

Boh.

Però il mio approccio al cinema potrebbe essere cinema.

La mia storia d’amore col cinema, messa nelle mani di uno bravo, potrebbe produrre 2 interessanti scritti:

  • un profilo psicologico da curare.
  • una sceneggiatura di rilievo.

 

Ma d’altronde tante vite potrebbero essere film.

Difficile trovare una vita non interessante.

E se la si trovasse, il fatto di non essere interessante, sarebbe di grande interesse.

 

Tutti siamo legati al cinema, anche per il solo fatto che si sogna. Nei sogni siamo tutti grandi registi.

Movimenti di macchina perfetti, attori credibili, costumi eccezionali, scenografie realistiche.

Nei sogni, come nei film ci si emoziona con cose che (forse) non esistono.

Perdo subito questo romanticismo per non stuccarvi, e cercherò di liberarmi anche di questo mio vizio di mettere le parentesi alla Aldo Fittante come ho fatto poc’anzi, per raccontare a chi desidera, in breve, spero, la mia esperienza col cinema.

 

Ho colto questa occasione, che mi ha lanciato il meraviglioso “cinemaniaco” Prof. Canova perché anch’io ho bisogno di esprimerla, forse mi fa bene…

 

Dicevo, siamo tutti grandi registi, ma io ho sempre avuto paura.

Perché quando ami così tanto qualcosa, hai sempre paura.

E se poi la raggiungi?

Will Coyote quando ha catturato lo struzzo ha tirato fuori il cartello con scritto “e ora, che faccio?”.

Io adesso non ho più paura. Sono diventato regista. E ne sono felice.

E saprei anche dare un consiglio a Will Coyote: cercane un altro.

 

Ma partiamo dall’inizio:

“Io sono appassionato di cinema”.

Una frase che ho sentito dire spessissimo, e che non è mai a sproposito.

Anche perché “appassionato” è più bello di esperto.

L’esperto di cinema mi sa che è un po’ come l’esperto di vino: guarda la goccia, gli archetti nel bicchiere, l’unghia, il colore, lo assaggia… ma non lo beve mai.

Assaggiare non è assaporare e la passione va al di là anche della cultura.

 

Leggenda vuole che io faccia collezione di VHS. Ho circa 16 mila film, ma secondo me sono qualcosa di più… la metà di queste sono originali, le altre registrate.

Il mì babbo mi ricorda sempre di quando alle elementari, studiando la preistoria, portai alla maestra l’inizio di un film che si intitolava “2001 – Odissea nello spazio”: la corrispondenza tra quello che mi raccontava la maestra e gli scimmioni di Kubrick era per me scioccante.

Il resto del film, dopo il famoso osso che roteava, lo vidi a occhi chiusi, forse nei miei sogni, perché mi addormentai clamorosamente, ma d’altronde la musica di Strauss conciliava abbestia e il film è difficilmente digeribile da un bambino di 7 anni…

 

Insomma il mio sogno da piccolo, non era fare il regista ma di avere un videonoleggio.

Mi piaceva far vedere, più che fare.

Un po’ come quando al ristorante prendi un bel piatto di spaghetti, e dici “assaggia”.

Ti accorgi che se viene apprezzato anche da chi hai accanto, ha più gusto.

Io cominciai a spacciare film, a scuola, a catechismo, tra gli amici dei miei fratelli.

 

Il passo successivo fu naturalmente il cineforum, e così nacque il Nido del Cuculo, la mia Associazione. Prima di ridoppiare, o di produrre spettacoli teatrali e Festival dedicati a Joe D’Amato, eravamo un semplice cineclub che si proponeva di sdoganare il cinema di genere e di sgrossare e cortocircuitare la patina snobbistica di tanti cinefili onanisti che orgasmavano su film polacchi coi sottotitoli in polinesiano antico.

 

Ecco che dunque anche Boldi e De Sica si confondevano con Samuel Fuller e Werner Herzog e “W la foca” e “Cannibal Holocaust” si proiettavano tra “Aurora” e “Solaris”.

 

Fare il cinema era una cosa troppo vitale, era come sciogliere la densita di un sogno, scomporlo, trovarsi in una dèfaillance ontologica: non sono sicuro che la vita sia più reale di un film.

Ricordo la prima volta che mi vidi al cinema, era “Ovosodo”: il mio io su quello schermo era molto più vero di me:

  • mi vedevo, cosa che adesso non avviene: non mi sto vedendo.
  • Riconoscevo un momento che avevo vissuto.
  • Mi vedevano tutti, cosa che adesso non sta avvenendo.
  • Avevo traccia di me.

 

L’io cinematografico era indubbiamente più vero del mio io reale.

“E’ divertente come i colori del mondo sembrino realmente reali quando li vedi sullo schermo” dice Alex De Large in “Arancia Meccanica” durante la cura Ludovico guardando le parate naziste.

Mi faccio un tatuaggio di Peter Pan, il primo.

Non voglio crescere.

Piano piano mi da meno fastidio, perché capisco che non cresco solo (ho sempre temuto un pò la solitudine, ma ho sempre apprezzato la compagnia di me stesso), cresco coi film.

La prima volta che vidi “Umberto D” avevo 14 anni. L’ho rivisto a 16, a 20, a 25 e a 31.

Mi ha raccontato sempre emozioni diverse.

“Il cinema è una notizia che non finisce mai” diceva Truffaut. E aveva ragione abbestia.

Non finisce mai.

E non devo avere paura. Nemmeno di crescere.

A 20 anni, ci voglio provare. Metto da parte dei soldi che avevo accumulato nei villaggi come animatore e vado.

Avevo deciso di studiare, con timore e timidezza, per fare il regista.

Ma la timidezza e il timore, col mestiere del regista non c’entrano niente.

E il regista non è una cosa che si fa. È una cosa che si è.

Trovo una scuola a Roma che non fosse il Centro Sperimentale, perché mi ricordo che lessi il bando, andai in paranoia e mi ero rotto i coglioni alla quarta riga.

 

Mamma mia! Dopo che lessi quel bando volevo aprire una tabaccheria, anche se non ho mai fumato.

Trovai una scuola privata, molto quotata.

Da buon provinciale, parto verso la Capitale, dormo in un convento di suore per fare economia e comincia ad andare a scuola.

Mi trovai malissimo.

Non potendo occupare una scuola privata, la lasciai, perché mi accorsi che gli strumenti che mi venivano offerti erano ben pochi, e poi, come spesso accade: molta teoria, poca pratica.

Studiai in altro modo: andai al cinema.

Alle 10 di mattina aprivo al cinema Barberini, e finivo la sera all’Atlantic sulla Tuscolana.

Taccuino in mano, scrivevo i miei commenti. Un temerario editore, all’epoca, li raccolse in un libro… diventai uno spettatore professionista.

 

Poi il mio destino cambiò, vinsi un concorso su MTV e cominciai a lavorare in tv.

Magicamente De Laurentiis mi chiamò per un film di Natale, ed ecco che mi trovai fianco a fianco ai miei miti in “Natale a Miami”, pronto per essere proiettato.

Da lì ebbi l’opportunità di fare una quindicina di film come attore…

O_3108_280x400_Fuga_Cervelli_Data.inddPoi è arrivata l’opportunità di “Fuga di Cervelli”…

 

Maurizio Totti mi chiama e mi dice “te la sentiresti di debuttare alla regia ?”.

Confesso che non me la sentivo, ma non me la sono sentita di dire che non me la sentivo.

E quindi ho detto che me la sentivo.

 

E da lì è partito il viaggio dell’eroe, il viaggio di Alice, la corsa al tempo di Jena Plissken.

La vita del regista è fatta di scelte e di parate.

Ma subito, di risposte.

Come con i bambini piccoli, non si dice mai: “Nonloso”.

Anche quando non si sa, una risposta va data…

Preferisci il teaser elettrico a manico corto o lungo?

Ecchenneso io! Volevo rispondere. E invece dovevo abituarmi ad essere sicuro.

Sicchè, Lungo.

 

Qualsiasi errore deve essere perseguito con entusiasmo, e da subito è meglio capire che i problemi non esistono.

Perché se c’è la soluzione, non c’è il problema.

Se non c’è la soluzione, non c’è neanche il problema: è già un dato di fatto che può essere soltanto accolto.

 

Appena ho cominciato a scrivere la sceneggiatura, in tandem con colui che è stato insospettabilmente il mio guru, Guido Chiesa (no, non è un caso di omonimia, proprio lui, il regista di “Il Partigiano Johnny”, “Lavorare con lentezza” e tanti altri…), ho capito che la scrittura è il momento più importante della vita del film. In quel momento condizionerai la vita di molte persone, per il solo fatto che quello che crei, prima o poi avverrà.

 

La preparazione è il momento più importante del film: si scelgono gli attori, le location, i costumi, le scene…

 

Le riprese, sicuramente, il momento più importante del film: la fotografia (nel mio caso Federico Masiero che mi ha aiutato davvero parecchio), le inquadrature, i tagli.

Quello che faccio durante, è quello che rimarrà. Per sempre, e al di la di me.

 

Il montaggio e il mix è decisamente il momento più importante.

Mentre sono tutti al mare, mi trovo in uno studio cavernoso, al buio, a decidere che cosa poi in effetti vedranno tutti. Con il montatore, nel mio caso il celeberrimo Claudio di Mauro, congetturo, stabilisco, e decostruisco. E’ come giocare col lego.

Ho bisogno di carboidrati, ingrasso 5 chili.

Poi il film finisce. E adesso lo possono vedere tutti. E io sono geloso. Gelosissimo. Io gli voglio troppo bene.

Il film è mio, perché lo devo esporre al giudizio altrui, è mio. Perdo qualsiasi senso di comunicazione, mi dimentico che anche il cinema è un mass media.

Non ricordo nulla. Solo il film. Non ho memoria, dell’infanzia, dell’amore, di nulla.

La mia vita è quel film che avrò già visto almeno 37 volte. È sotto pelle, a giorni alterni lo amo e lo odio.

Lo vorrei cambiare tutto, ma l’unica volta, in extremis, in cui ho deciso di cambiare un dettaglio mi sono messo a piangere.

Arriva la promozione. Senz’altro è il momento più importante, perché il film va pubblicizzato.

Trasmissioni, giornalisti, interviste… “Come mai ci sono così tante parolacce”, “Che ne pensa della volgarità”, la solita merda, le solite cazzate.

Conferenza stampa, giornalisti con la bic e il blocco in mano che mi chiedono come si scrive Frank Matano. Da dove viene? Da You Tube. E come si scrive “You Tube”?

Se fosse piaciuto anche a loro mi sarei offeso.

 

E poi il momento più importante: la proiezione. Il pubblico.
Le risate. A teatro quando senti ridere il pubblico, ti fermi, aspetti. Al cinema non puoi.

Le risate per un attore teatrale sono le soddisfazioni maggiori.

Purtroppo il cinema questo privilegio ai suoi interpreti non lo regala: difficile essere 4 volte al giorno in tutti i cinema d’Italia.

Kubrick era convinto che il regista idealmente dovesse essere il proiezionista stesso: regolare il buio, i volumi della proiezione, la fine del primo tempo.

 

Il film ora, c’è. Esiste.

Eppure anche adesso, io a quelle domande non saprei rispondere.

Ancor oggi non saprei se il teaser elettrico era meglio a manico corto o lungo.

 

La lavorazione del film è una raffica di “cose più importanti”, un sogno che si allunga, e che mi consente di intervenire nel dormiveglia.

Il film è indubbiamente arte, e il cinema è indubbiamente industria.

Non posso esimermi dal pensare alla famiglia che si crea durante una lavorazione. Alle passioni, alla fratellanza.

Il film è stato girato in pellicola, e la pellicola di questo film non la immagino nera, ma bianca. Chiara. Luminosa, e sorridente.

Sul set il clima era cosi positivo che non poteva non essere così.

L’energia dell’ultimo macchinista c’è. E’ impressionata.

Se si sta bene si è più felici, e quando si è più felici si lavora meglio.

L’organizzatore del film, veterano di anni e anni di set, Tonino Tacchia, mi guarda stupito quando gli attori, anche se hanno finito di girare per quella giornata, rimangono sul set. Per aspettare i colleghi, per mangiare tutti insieme, per tifare quel momento.

Per un film comico, lavorare sorridendo è fondamentale.

Non esiste scuola o accademia che sappia riproporre la spontaneità.

E questo film è divertito, prima ancora, spero, che divertente.

Non credo certo di aver fatto “Quarto Potere” ma la mia paura adesso è che niente possa essere mai abbastanza.

 

Il tour in giro per “il saluto in sala” ci ha portato in tante piazze.

L’emozione di vedere dei ragazzini di 13, 14 anni esaltatissimi, scatenati, che battono le mani alla fine del film.

C’è chi mi vede come un compagno di banco e mi dice “è stato stupendo, me so ammazzato dalle risate”.

Uno a Firenze addirittura mi ha detto “è il film più bello che abbia mai visto, grazie!”.

C’è chi mi vede come un ‘regista vero’:

“è ‘n tajo, lei è un grande regista”.

Un po’ mi lusinga, un po’ mi imbarazza.

 

A Napoli, vado per strada e trovo un omone enorme, sembrava un armadio, due mani pazzesche, e un sorriso ancora più grande.

Mi riconosce e inizia a ridere e a chiamare tutti gli amici, con quel fare partenopeo e quella simpatia che in tv, hai voglia a cercare, non ci riesce nessuno.

Ha una bancarella fornitissima, vende i dvd pirata.

Siamo poco dietro via Toledo, nel cuore dei quartieri spagnoli.

Mi chiede una foto e mi fa i complimenti: “Il tuo film è il più venduto! 50 copie al giorno. Pure oggi ho l’ultimo, ho mandato mio figlio a riprenderlo”.

Io lo ringrazio, lo abbraccio.

Facciamo un po’ di foto.

Due chiacchere e lui mi confessa di un lutto familiare, mi racconta una storia che sembra la trama di un film: il finale è che sua moglie se n’è andata, un tumore gliel’ha portata via in pochi mesi.

Non mi ricordo se ha 2 o 3 figli.

Io lo abbraccio di nuovo e lui mi regala il dvd pirata del mio film.

Mi dice che quando sta giù guarda “Fuga di cervelli” e si sente meglio.

“E’ bellissimo, e’ bellissimo!!” mi ripete con gli occhi lucidi e il sorriso acceso.

Volevo farmelo autografare da lui.

Così penso che il cinema va al di la di me, di noi, delle cose più importanti.

Il cinema riesce a farci essere migliori, e per me che sono credente, mi stupisce che sia stato l’uomo ad inventarlo.

 

Il cinema è un amore credibile. Lo puoi lasciare in un angolo e dimenticarlo per mesi, ma anche per anni e un giorno lo potrai amare come se fosse la prima volta, e non sarà mai stato geloso.

Il cinema è un amore che non muore, mai.

 

Io non so se il cinema è un po’ come la vita.

Però se è così, … se il cinema è un po’ come la vita, allora la vita, è bella.

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